Anche chi si prende cura ha bisogno di cura
Di chi assiste un genitore anziano si parla poco. Si parla dell’anziano, della malattia, delle cure. Ma dietro c’è quasi sempre un figlio o una figlia che tiene insieme il lavoro, la propria famiglia, le visite, le medicine, le telefonate notturne. E che, se gli chiedi come sta, risponde: «Io? Bene, è la mamma che...».
Questo articolo è per te che ti riconosci in quella risposta.
La stanchezza non è mancanza d’amore
Ci sono giorni in cui non ne puoi più. In cui perdi la pazienza, alzi la voce, e un attimo dopo vorresti sprofondare. In cui pensi cose che non diresti a nessuno. Non sei una cattiva persona. Sei una persona stanca.
Si può amare profondamente qualcuno ed essere sfiniti dal prendersene cura. Le due cose convivono, in tutte le famiglie, anche in quelle che da fuori sembrano perfette.
Il senso di colpa è la tassa che paga chi ama. Chi non ama, non si sente mai in colpa.
Non puoi versare da una brocca vuota
Un figlio esaurito non aiuta nessuno: diventa brusco, distratto, si ammala a sua volta. Prenderti cura di te non è togliere qualcosa a tuo padre o a tua madre. È la condizione per poter continuare a esserci.
Qualche punto fermo:
- Dividi il carico. Se hai fratelli o sorelle, parlatene apertamente e per tempo: chi fa cosa, chi paga cosa. I non detti diventano rancori.
- Accetta l’aiuto di fuori. Una persona che assiste qualche ora, un centro diurno, i servizi del Comune o della ASL: non è abbandonare, è organizzarsi.
- Tieni un tuo spazio, anche piccolo. Un’ora di cammino, una cena con gli amici, una domenica libera. Senza giustificarti.
- Parla con qualcuno: un amico, il medico di famiglia, un gruppo di persone nella tua stessa situazione. Scoprirai che quello che provi lo provano tutti.
Il bene che si può fare, non quello perfetto
Forse non puoi tenerlo a casa con te. Forse vivi lontano e ti tocca amare a distanza, con le videochiamate e i sensi di colpa in valigia. Forse la scelta di una struttura è stata l’unica possibile. L’amore non si misura dai metri quadrati condivisi, ma dall’attenzione con cui si continua a esserci, nel modo in cui si può.
Non esiste il figlio perfetto, come non è esistito il genitore perfetto. Esiste il figlio che fa quello che riesce, con quello che ha, e che ogni tanto sbaglia.
Basta e avanza. E tuo padre, tua madre, se potessero dirtelo, ti direbbero la stessa cosa: «Riposati. Hai già fatto tanto».